Era una giornata di fine agosto, ma la temperatura si manteneva ancora alta. Dalle grandi finestre, non entrava un filo d’aria. Francesco era arrivato con la solita puntualità, tipica della gente di campagna. “Contadino”, lo definivano con diffidenza i suoi collaboratori, perché veniva da Mareno di Piave, presso Conegliano. “Contadino”, anche se era di “buona famiglia” e la terra non la aveva mai lavorata. Il suo aspetto rude e deciso, confermava la sua origine, ma nascondeva le sue grandi capacità politiche. Sbuffò e brontolò a lungo, prima di indossare quella insopportabile palandrana di ermellino. Faceva troppo caldo. Ma le regole erano regole e si dovevano rispettare. Lui, proprio lui, non poteva farne a meno. Tutto era pronto e come da cerimoniale, entrò per ultimo nella grande sala affrescata, preceduto dai suoi stretti collaboratori. Il chiacchierio dei presenti si interruppe di colpo. Tutti si alzarono in piedi in segno di rispetto.
“Entra el Serenissimo Principe, Francesco Donà, Doxe de Venessia”. Tuonò la voce del ciambellano dogale.


