Questo libro non nasce da un progetto. Nasce da un incontro. Da un viaggio che non avevo programmato per diventare racconto, e che invece, passo dopo passo, ha iniziato a chiedere parole. Non per essere ricordato, ma per essere condiviso.

Il Kenya è entrato in me in silenzio. Non con l’esotismo delle cartoline, né con l’eccezionalità delle avventure, ma con la semplicità dei gesti quotidiani: un sorriso sulla spiaggia, un passo lento nella savana, un fuoco acceso al tramonto con i Masai.

Sono stati questi dettagli, apparentemente piccoli, a trasformarsi in un bisogno di scrivere. Ho capito che non stavo raccontando un luogo, ma un ritmo. Un modo diverso di stare nel tempo, di guardare gli altri, di guardare me stesso. Scrivere queste pagine è stato un modo per non perdere quel ritmo, per tenerlo vivo anche quando la vita europea tornava a correre.